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No al darwinismo economico – Avanti #adessonewsitalia

Qualche anno fa Aurelio Peccei, parlando di progresso, scriveva: «Quello che chiamiamo progresso è diventato talmente frenetico e sconcertante, così meccanico e innaturale, così erratico e inesorabile, che noi non riusciamo più a dominarlo né a comprenderne il senso […] Un fossato sempre più grande ci separa dal mondo reale, una volta familiare, ma ormai diventato estraneo».
Quale progresso? Quale futuro? Cos’è progresso? É progresso un sistema che ci estranea e ci rende estranei, che cancella quote sempre più importati di welfare, che rende precaria la vita di centinaia di milioni di uomini e donne e in cui un ristretto numero di persone detiene buona parte delle ricchezze del pianeta? É progresso uno sviluppo che sostituisce in ogni settore l’uomo con le macchine? É progresso la voce registrata che ti risponde al telefono? É progresso l’assistente digitale che, in maniera ottusa, non comprende le tue domande?
Quale futuro per un mondo in cui globalizzazione e tecnologia hanno trasformato il capitalismo di produzione in un capitalismo finanziario?
Quale futuro per un mondo in cui il ceto politico è sempre più influenzato dagli investitori e dalle imprese private più potenti?
A costo di farmi definire un eretico, mi chiedo e chiedo se non sia giunto il momento di sostituire la crescita del Pil con la crescita del benessere. Il calcolo del Pil mescola costi e benefici. È un valore che confonde e, tra l’altro, non necessariamente un Pil che cresce coincide con un benessere diffuso. Non dico che dovremmo adottare il Fil (Felicità Interna Lorda), ma di certo dovremmo affiancare al Pil altri parametri.
Temo che David Stockman avesse ragione da vendere quando affermava che «la finanziarizzazione corrosiva ha trasformato l’economia in un gigantesco casinò già dagli anni Settanta».
Nel 2008 il valore nominale dei prodotti finanziari ha raggiunto l’astronomica cifra di 640 trilioni di dollari, pari a quattordici volte il Pil di tutti i paesi del pianeta! Nel 2010 – come ci ricordano in “Come on” – il volume di operazioni di Borsa ha raggiunto i quattro trilioni di dollari al giorno e questo senza contare i cosiddetti “derivati”, che nel 2018 valevano 33 volte l’intero Pil mondiale e che il miliardario Warren Buffet definì, qualche anno fa, “armi di distruzione di massa”.
Viviamo in un pianeta di carta in cui le nostre vite vengono trattate come derivati.
Come ha giustamente affermato Otto Scharmer «abbiamo un sistema che accumula eccedenze di denaro in ambiti che hanno importanti ritorni in campo finanziario e scarsi dal punto di vista sociale e ambientale, mentre allo stesso tempo c’è mancanza di fondi dove servirebbero investimenti sociali importanti».
Nel 2016, secondo un report diffuso da Credit Suisse, otto persone possedevano la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale. In base al coefficiente di Gini, metodo utilizzato per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza, dal 2000 al 2020 in Italia la forbice tra chi ha molto e chi ha poco è notevolmente cresciuta e, in base ai dati diffusi dall’Istat su povertà assoluta e relativa, nulla fa credere che la situazione non possa peggiorare ulteriormente negli anni a venire.
Viviamo in un mondo in cui l’innovazione digitale dilagante ha determinato e sta determinando la scomparsa di alcuni lavori. Basti pensare che in uno studio di Carl Benedict Frey e Michael Osborne dell’Università di Oxford si afferma che negli Usa il 47% dei posti di lavoro è a rischio automazione. Non hanno torto coloro che osservano, nel saggio “Come on”, che dirompenza digitale significa anche “deregolamentazione dell’inquadramento lavorativo, la fine dei sindacati e lavoro sottopagato tranne che per una ridotta élite di esperti”.
Nel 2003, l’economista tedesco Hans Werner Sinn affermava, profeticamente, che questa globalizzazione avrebbe determinato lo sgretolamento del sistema di welfare europeo.
Le grandi multinazionali, con l’avallo di Wto, Fmi e Banca Mondiale, perseguono da tempo una politica di produzione delocalizzata, che produce lavoro sottopagato e suona quasi beffa l’ipocrisia con la quale questo stato di cose viene definito “libero mercato”.
Sarebbe interessante riflettere, in questi tempi in cui sempre più prevale il pensiero unico e ci sono verità rivelate e indiscutibili, su alcune considerazioni del Club di Roma: «La mobilità internazionale del capitale insieme al libero commercio permette alle imprese di sfuggire alle regolamentazioni nazionali rivolte al pubblico vantaggio, mettendo una nazione contro l’altra […] Ciò che abbiamo di più simile a un governo globale ha mostrato un interesse minimo nella regolamentazione transnazionale del capitale per il bene comune, mentre ha sostenuto il potere e la crescita del settore finanziario e delle multinazionali, sottraendole all’autorità delle nazioni e inserendole nel nascente feudalesimo delle grandi corporation che hanno libero accesso ai beni comuni dell’umanità».
Assistiamo al quotidiano deterioramento della qualità delle nostre democrazie (sempre più democrazie reali), accompagnato dall’affermarsi di nuove forme di totalitarismo e dal riemerge di antichi “mostri”.
Siamo immersi da tempo in una pandemia di antidemocrazia e anti-stato di diritto e in un presente carico di asfissiante e funzionale conformismo.
Siamo immersi in schemi rispetto ai quali reagiamo come il cane di Pavlov e siamo sottoposti a un quotidiano lavaggio del cervello che mira ad imporre modelli di vita e di sviluppo che ci disumanizzano.
La vita di miliardi di persone viene stritolata da un darwinismo economico, che non fa prigionieri e che, impietoso, calpesta vite e nega giustizia sociale.

 

Maurizio Bolognetti

Segretario di Radicali Lucani e giornalista free lance

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