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Pensioni, amara verità: ecco tutti i numeri dello “scippo”, chi ci perde #adessonewsitalia


Attilio Barbieri 04 gennaio 2023

Pensioni su ma non per tutti. La manovra approvata appena dopo Natale dal Senato, migliora i trattamenti più bassi, a scapito però dei beneficiari delle pensioni più alte. Ancora una volta, com’è accaduto negli ultimi vent’anni, scatterà anche nei prossimi anni la tagliola azionata magistralmente dal governo Monti, nel 2012-2013, «che di fatto azzerò la rivalutazione delle pensioni oltre 4 volte il minimo, penalizzando anche quelle da 3 a 4 volte, a fronte di un’inflazione rispettivamente del 3% e dell’1,2%», calcola l’osservatoroio di Itinerari Previdenziali nello studio appena diffuso. «Dal 1995 non accadeva una così grave penalizzazione per i pensionati, salvo il periodo 1999-2001, quando il governo Amato rivaluitò solo del 30% gli assegni da 5 a 8 volte il minimo e azzerò quelli più elevati, a fronte di un’inflazione» che nel triennio era stata «rispettivamente dell’1,7%, del 2,5% e del 2,8%».

DA MONTI IN POI
Ma il salasso è proseguito. «Dal governo Monti in poi i pensionati con assegni sopra 4 volte il minimo sono stati letteralmente defraudati dai governi Letta, Renzi, Gentiloni e soprattutto da quelli Conte 1 e 2», si legge ancora nello studio pubblicato dall’Osservatorio presieduto dal professor Alberto Brambilla. Il risultato è stato devastante per una buona parte dei pensionati. Segnatamente per quelli che nel corso della vita lavorativa hanno versato parecchi soldi sottoforma di contributi previdenziali. Negli ultini 10 anni le pensioni da 4 volte il minimo – vale a dire circa 2mila euro lordi al mese, hanno perso più del 10% intermini di potere d’acquisto. In pratica sono state svalutate del 10%. E più sale il trattamento pensionistico più la svalutazione si appesantisce. Itinerari Previdenziali fa il caso di una rendita pensionistica di 3.400 euro lordi mensili nel 2005, pari a circa 2.250 euro netti. Un buon reddito, ma non certo un’entrata da ricchi, frutto comunque di versamenti contributivi importanti, effettuati dal beneficiario nel corso di tutta la sua vita lavorativa. Dal 2006 al 2023, secondo la simulazione applicata dall’Osservatorio di Itinerari Previdenziali, il pensionato che percepiva 2.250 euro netti al mese nel 2005, si vede la rendita decurtata del 20,2% in termini reali. Una svalutazione che nei 18 anni analizzati dall’Osservatorio guidato da Brambilla – e raffigurati nella tabella pubblicata in questa stessa pagina – ammonta a 46.832,78 euro.

I TAGLI MAGGIORI
Fra l’altro, i tagli maggiori, per il malcapitato pensionato, si realizzano dal 2013 in poi, quando scatta la tagliola introdotta da Monti e quando la svalutazione superai 3mila euro annui. Malissimo dal 2020 in poi, con perdite superiori ai 4mila euro annui che superano i 5mila nel 2023. Dal 1° gennaio 2022. «il governo Draghi aveva reintrodotto la rivalutazione prevista dalla normativa del 1996», scrive Itinerari Previdenziali, «prevedendo che dal 1° gennaio 2023 la rivalutazoione fosse al 100% per i 12.618.000 pensionari fino a 4 volte il minimo (il 78,4% del totale pensionati); per 1.648.000 pensionati con rendite pensionistiche tra 4 e 5 volte il minimo prevedeva la rivalutazione al 100% sul primo scaglione (sui primi 2.101,52 euro) e al 90% sul secondo scaglione (tra 2.101,53 euro e 2.626,90 euro); infine, per circa 1.833.000 pensionati, quelli sopra le 5 volte il minimo, la rivalutazione doveva avvenire al 100% per la prima quota dell’importo della pensione (sui primi 2.101 euro), al 90% sulla seconda quota di pensione (ossia sui successivi 525,38 euro) e al 75% (sulla quota residua oltre i 2.627 euro)».

NUOVA TAGLIOLA
Non sarà così, purtroppo. La legge di Bilancio per il biennio 2023-2024 rivaluta del 120% dell’inflazione prevista al 7,3% solo le pensioni sociali e le minime, del 100% gli assegni fino a 4 volte il minimo, mentre penalizza le pensioni da 4 a 5 volte il minimo e «peggiora tremendamente tutte quelle oltre 5 volte il minimo. Ma se per il biennio 2023-2024 sarà applicato un tasso d’inflazione provvisorio del 7,3%, nel decennio dal 2024 al 2033 ipotizzando un’inflazione molto proudenziale del 2% annuo, per i beneficiari di rendite pensionistiche che abbiano versato un monte contributivo importante, pagando per tutta la vita lavorativa, si prospetta l’ennesimo salasso. I beneficiari di un assegno netto di 1.800 euro mensili sono destinati a perdere 13.064 euro di rivalutazione; chi prenda 3.580 perderanno 69.336 euro. Un vero paradosso. Alla fine risulteranno più penalizzati proprio i pensionati che hanno contribuito con i versamenti Irpef e con i contributi versati all’Inps a tenere in piedi il sistema.

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