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Carlo Bonomi: «Il lavoro sta cambiando, nelle imprese servono contratti legati ai risultati» #adessonewsitalia

Carlo Bonomi si guarda indietro e accenna a un sorriso. Poi pensa all’anno che sta per cominciare e vede un percorso in salita. Dalla pendenza ancora incerta. Sarà ripida se le aziende che lui rappresenta saranno lasciate sole. O sarà più dolce, se il Paese decide di cambiare visione sul mondo del lavoro e sulle riforme. Ma per adesso, a poche ore dalla fine del 2022, il bilancio del capo di Confindustria, è positivo: «Nell’anno che sta per finire siamo andati meglio del previsto, credo che nessuno si aspettasse dalle imprese questo tipo di performance, ed è un risultato di cui sono particolarmente orgoglioso essendo il rappresentante del sistema industriale italiano».

Caro-bollette, in arrivo il nuovo calcolo: fascia protetta fino all’80% di consumi

Quanto durerà?

«Non possiamo pensare di essere invincibili. E non continueremo a ottenere performance superiori a quelle dei nostri partner francesi e tedeschi, come avvenuto nel 2022, se non sosterremo gli investimenti. Nel post 2011 a ogni crisi l’industria ha trainato la ripresa dell’economia, nel 2015-2017, dopo i 9 punti di Pil persi in pandemia, e nel 2022 della crisi energetica. Grazie al fatto che le imprese erano più forti patrimonialmente, più determinate a investimenti in ricerca e innovazione per crescere nelle catene del valore e della fornitura, e più flessibili al variare improvviso della domanda internazionale. Al centro di tutto c’è la crescita degli investimenti delle imprese. Quando lo Stato li ha sostenuti con Industria 4.0, si sono visti i benefici. Per questo alla prima bozza della manovra finanziaria sono stato critico: il capitolo del sostegno agli investimenti è fondamentale per lo sviluppo».

Dopo la stesura definitiva che giudizio dà?

«È positivo che dopo il nostro richiamo sia stata recuperata la parte sugli investimenti nel Mezzogiorno e nelle Zes. Ed è positiva la proroga Industria 4.0 anche se sarà fondamentale renderlo strumento strutturale per la crescita del Paese. Utile anche il rifinanziamento della nuova Sabatini e del Fondo di Garanzia. Resta però necessario intervenire sul limite bassissimo dei 16,5 Kw oltre i quali alle imprese restano a carico gli oneri di sistema in bolletta». 

Avevate chiesto un intervento significativo sul costo del lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale. Il premier si è impegnato a portarlo al 5% nel 2023.

«Chiedevamo un intervento robusto. Ma in realtà noi abbiamo posto il tema di una riforma organica del lavoro. Alla fine, le risorse per un intervento choc non si sono trovate, e non si è ancora aperto un confronto essenziale per una riforma generale che abbia come obiettivo una maggiore occupabilità. Non possiamo accontentarci del 60% di occupati tra i 15 e i 64 anni, nel Nord Europa il tasso è di 15-20 punti superiore. Per ottenere quel risultato servono interventi coordinati su fisco, contributi e politiche attive del lavoro – formazione e ricollocazione dei lavoratori affidate non ai centri pubblici per l’impiego ma a chi sa farle – che chiedono una visione organica e attuazione coerente in alcuni anni. Sul fisco, in legge di bilancio c’è una nuova estensione del forfait agli autonomi. L’Irpef diventa sempre meno imposta progressiva. Si accrescono così distorsioni e iniquità e, al momento, non si è ancora aperta una discussione sul fisco d’impresa».

Ma un passo sul costo del lavoro il governo l’ha fatto.

«I redditi sotto i 35mila euro hanno perso potere di acquisto negli anni. Noi abbiamo un cuneo fiscale contributivo del 46,5 per cento; siamo il terzo paese in ambito Ocse e in Italia le tasse sul lavoro sono più alte di quelle sulle rendite finanziarie. Se vogliamo mettere in tasca più soldi agli italiani e insieme rimanere competitivi con le nostre imprese, lo strumento più immediato ribadisco essere il taglio contributivo».

Lei dice che il governo ha i soldi necessari per tagliare il costo del lavoro?

«Nella legge di Bilancio si prevede una spesa pubblica in crescita a oltre 1.180 miliardi. Per più occupabilità non si potrebbe riconfigurare il 4-5 per cento di una spesa pubblica così ingente? Si può e anzi si deve fare. Così come sono state trovate le risorse per i forfait Irpef e i prepensionamenti».

In quali settori immagina i tagli?

«Ci sono novemila società a partecipazione pubblica. Un terzo è in perdita, e 1.200 hanno più amministratori che dipendenti. La Camera dei deputati adesso ha 120 rappresentanti in meno, ma l’anno prossimo costerà uguale. Abbiamo speso una montagna di miliardi in sussidi fiscalmente regressivi senza concentrarli sugli 8-10 milioni di italiani che vivono in seria difficoltà. I bonus continuano a proliferare. Ed è stato fatto in questa legge di Bilancio un fondo a disposizione delle esigenze dei partiti di oltre 800 milioni». 

Reddito di cittadinanza. Cosa ne pensa?

«Serve una riforma che separi l’assistenza ai poveri dalle politiche attive. Uno strumento di contrasto alla povertà è necessario, siamo un paese che negli ultimi 11 anni, pur portando il debito pubblico da 1.900 a 2.800 miliardi, ha raddoppiato la spesa sociale a carico della fiscalità generale e ha raddoppiato insieme il numero dei poveri. È la prova che gli strumenti usati non funzionano. Non abbiamo un’anagrafe della spesa sociale: destiniamo miliardi senza che lo Stato sia in grado di sapere quanti sussidi nazionali e locali cumuli il beneficiario. Le politiche attive del lavoro chiedono competenze e metriche del tutto diverse: i navigator e i centri pubblici per l’impiego non hanno mai funzionato».

Si andrà prima in pensione. Questo consentirà di assumere giovani.

«Le ondate di prepensionamenti negli ultimi anni hanno dimostrato l’opposto. Con quota 100 si prevedeva un’assunzione ogni quattro uscite, i dati invece dicono 0,4, neanche l’effetto sostitutivo. Quindi non si genera occupazione, si bruciano risorse e si compromette il bilancio Inps. In tutti i paesi in cui c’è più occupazione nelle fasce di età avanzata, c’è anche più occupazione giovanile».

Le faccio una provocazione. Ma non sarà che molti giovani di questo millennio hanno una concezione diversa del lavoro? Non vede nelle nuove generazioni un interesse maggiore alla tutela del tempo libero e un certo distacco per quella che una volta era la sicurezza del posto fisso?

«Il mondo del lavoro si sta trasformando da decenni. Ma politica e sindacati continuano a intervenire sul lavoro guardando al passato. Continuano a inseguire il modello di un lavoro con contratto a tempo indeterminato in una azienda per tutta la vita. Non è così da decenni ormai. Non solo i giovani lavoratori oggi hanno esigenze diverse, succede anche alle nuove generazioni di imprenditori, anche loro hanno un approccio diverso al mondo del lavoro. Quindi, per risponderle, la visione è cambiata per i giovani che cominciano a lavorare ma anche per gli imprenditori».

Cioè?

«Il lavoro non è più il vecchio scambio fordista tra orario e salario. E’ un’attività che va misurata sul risultato, a prescindere dal luogo in cui lo si presta e dall’orario. Il contratto nazionale di lavoro resta un presidio virtuoso per i minimi salariali e i diritti del lavoratore. Ma i nuovi profili tecnici del lavoro oggi non si trovano nelle vecchie tabelle d’inquadramento nazionale di ogni settore, cambiano da impresa a impresa. Per questo serve un balzo in avanti della diffusione dei contratti integrativi aziendali: è lì che si decide la retribuzione ottimale per qualifiche, la metrica della produttività premiata, il welfare aziendale. Nonché un salario commisurato anche ai reali costi territoriali: il costo della vita a Milano non è quello di altre città. Nel sindacato aziendale questa consapevolezza c’è, a livello nazionale politica e parte del sindacato ancora non lo capiscono». 

Perché?

«Perché spostare la contrattazione nelle fabbriche significa togliere potere alle direzioni centrali, al sindacato nazionale e ai partiti».

Torniamo all’inizio. Bastano i sostegni agli investimenti e nuove politiche attive per evitare la recessione?

«Un rallentamento dell’economia ci sarà. I nodi geopolitici non sono risolti, c’è una guerra di competitività fortissima: noi abbiamo bisogno di interventi che spingano la crescita e gli investimenti. Tutte le associazioni industriali europee chiedono misure comunitarie per far fronte alla sfida del “buy american” di Biden e della dipendenza europea dai microprocessori asiatici. I governi di Francia e Germania prima di Natale hanno chiesto una risposta improntata su deroghe maggiori al limite degli aiuti di Stato. È una risposta sbagliata: le vie nazionali premiano chi ha più spazio fiscale per incentivare le proprie imprese, ma così si spezza il mercato unico europeo e l’Italia è svantaggiata. Sulle batterie per le auto elettriche rischiamo la stessa maxi-dipendenza dalla Cina che ci è costata carissima sui pannelli fotovoltaici. Servono risposte europee, visto l’ordine di grandezza delle misure a favore delle proprie imprese stanziate da Usa e Cina. E neanche più Europa è formula sufficiente. All’Italia servono riforme organiche nel fisco, nelle pensioni, nella giustizia, nel lavoro. Sono cinquant’anni che diciamo di non poterle fare perché mancano le risorse. Ma oggi le risorse ci sono: tra Pnrr e fondi di coesione arriveranno 400 miliardi. È l’occasione per rendere l’Italia inclusiva, moderna, efficiente, sostenibile».

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