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Pensioni, rivalutazioni tagliate per 3 milioni di assegni #adessonewsitalia

Le pensioni sono una delle coperture della manovra 2023. A questo risultato, inatteso nelle lunghe discussioni della vigilia su prepensionamenti e flessibilità in uscita, il governo arriva chiedendo un contributo importante ai titolari di assegni medi e alti. La mossa è tutt’altro che inedita, ma a differenziare la nuova puntata del taglio alle rivalutazioni sono due fattori concomitanti: un tasso di inflazione sconosciuto negli ultimi 40 anni, e l’entità della stretta progressiva che proprio per questa ragione raggiunge tagli decisamente più profondi rispetto al passato.

A pagare pegno in termini di mancati aumenti degli importi mensili è una platea abituata al tema. Si tratta dei pensionati che ricevono un trattamento superiore a quattro volte il minimo, vale a dire almeno 2.101,52 euro lordi al mese. Da questo importo in su, il dazio versato sull’altare dei conti pubblici cresce con l’importo della pensione.

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I colpiti in base agli ultimi censimenti dell’Inps sono poco più di tre milioni, cioè quasi un pensionato su cinque. Si tratta, quindi, di un esercito di pensionati più numeroso rispetto ai beneficiati dalle nuove norme, che introducono una crescita maggiorata al 120% per le pensioni al minimo: indirizzate a poco più di due milioni di italiani, vale a dire un pensionato su otto.

Taglio diversificato su sei fasce

Il taglio, o per dire meglio la rinuncia a una quota dell’aumento collegato all’inflazione, è diversificato a seconda delle sei nuove fasce delineate dalla legge di bilancio. Nel confronto con il sistema attuale, che divide invece i pensionati in tre livelli, gli assegni fra quattro e cinque volte il minimo (cioè fra i 2.101,52 euro già citati e i 2.626,9 euro) il sacrificio è tutto sommato limitato: a 2.500 euro lordi si deve rinunciare a 18 euro di aumento. La distanza con il meccanismo attuale cresce però di fascia in fascia, fino a diventare parecchio rilevante. Con una pensione lorda da 4mila euro, per esempio, la rinuncia mensile sale a 73 euro, e arriva a 175 euro per un assegno da 6mila euro lordi al mese. A questi livelli, infatti, la quota di indicizzazione riconosciuta scende fino al 35%, mentre nel vecchio sistema non andava mai sotto al 75 per cento. Ma c’è di più.

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Perdita strutturale per gli interessati

La tagliola sulle indicizzazioni, prima di tutto, è biennale, e agirà quindi nel 2023 e nel 2024. Ma come sempre accade in questi casi, l’effetto vero si cumula nel tempo, dal momento che anche le indicizzazioni del futuro saranno applicate a importi ridotti dal freno tirato nei prossimi due anni. La perdita per i diretti interessati, quindi, è strutturale e crescente. E, in modo speculare, ovviamente lo sono anche i risparmi per la finanza pubblica.

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