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Pensioni, per Quota 102 e Ape ci sarà una proroga #adessonewsitalia


Sulle pensioni la strategia del governo Meloni è in due tempi. Anzi forse tre, perché nel suo discorso alla Camera la presidente del Consiglio ha voluto fare un riferimento preciso anche al futuro, alle pensioni dei giovani che lasceranno il lavoro con un trattamento calcolato interamente con il sistema contributivo: quindi generalmente più basso di quelli attuali. L’azione dell’esecutivo, sulla previdenza come su altri capitoli, è condizionata dal fattore temporale (ovvero l’urgenza di approntare le misure della legge di Bilancio, rinviata in seguito al passaggio di legislatura) e da quello finanziario, con la necessità di concentrare le risorse disponibili sul contrasto al caro-bollette. Ecco quindi che la direttrice di marcia è «la flessibilità in uscita con meccanismi compatibili con la tenuta del sistema previdenziale». Insomma regole un po’ meno rigide di quelle che deriverebbero dal totale ritorno alla legge Fornero, ma con un impatto contenuto sul bilancio pubblico: non solo quello del 2023, ma soprattutto quello degli anni a venire. 

APPROFONDIMENTI

Nell’immediato si parte dal «rinnovo delle misure in scadenza a fine anno». Che sono essenzialmente tre: la cosiddetta Quota 102 escogitata dal precedente esecutivo con validità annuale, Opzione Donna e l’Ape sociale. Con la prima misura sarà confermata la possibilità di lasciare il lavoro con 64 anni di età e 38 di contributi: un canale che verosimilmente anche quest’anno potrà essere sfruttato da un numero limitato di persone, visto che il bacino potenziale si sovrappone a quello di coloro che avendo raggiunto i 62 anni nel 2021 avrebbero potuto ancora usare Quota 100. 

Opzione donna, di cui Fratelli d’Italia aveva esplicitamente indicato la proroga nel proprio programma elettorale, riguarda invece le lavoratrici con 58 anni di età (59 se autonome) e 35 di contributi: anche nel 2023 potranno maturare il diritto ad andare in pensione accettando un calcolo dell’assegno interamente contributivo, che può portare ad una decurtazione anche significativa dell’assegno. L’uscita effettiva però avviene con un anno di ritardo (uno a mezzo per le autonome) per via dell’applicazione del meccanismo delle finestre.

Il terzo provvedimento che sulla carte scade alla fine di questo anno è l’anticipo noto come Ape sociale. Non si tratta in questo caso di un vero e proprio pensionamento, ma di un trattamento-ponte riconosciuto – in vista della pensione effettiva – a lavoratori e lavoratrici di almeno 63 anni che fanno parte di determinate categorie: disoccupati di lungo corso, persone disabili o impegnate nella cura di disabili, persone che svolgono attività particolarmente faticose, specificate dalle legge (dai servizi di pulizia all’insegnamento nella scuola primaria e pre-primaria). Nell’ultimo caso il requisito contributivo è di 36 anni, nei precedenti di 30. 

Video

Queste tre misure saranno dunque ancora fruibili dal prossimo primo gennaio, presumibilmente per un altro anno. Il passo successivo sarà delineare ulteriori forme di flessibilità: non è detto che sia necessario attendere la successiva legge di Bilancio, potrebbero arrivare anche in corso d’anno. Come è noto in particolare la Lega spinge per Quota 41, ovvero la possibilità di accedere alla pensione una volta maturato questo requisito contributivo.

Un canale che potrebbe rivelarsi oneroso per lo Stato e probabilmente sarà “temperato” con un requisito di età, fissato a 61-62 anni. In alternativa c’è anche l’ipotesi di un’uscita generalizzata con il contributivo (e la relativa penalizzazione economica) che però scatterebbe da un livello di età più avanzato di quello previsto con Opzione donna.

Di tutto ciò la neo-ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha detto di voler parlare con le parti sociali. Al tavolo con tutta probabilità verrà anche ripreso il tema delle pensione dei giovani ha cui ha fatto riferimento Meloni: negli incontri degli anni scorsi (sospesi dopo l’invasione dell’Ucraina) si lavorava su una proposta di “pensione di garanzia” per evitare perdite di reddito troppo consistenti). 

Infine nel discorso programmatico c’è stato un cenno significativo alle misure pro-famiglia, che dovrebbero anche contrastare il calo delle nascite. Si parte dal potenziamento dell’attuale assegno unico e universale, il cui importo base di 175 euro al mese per figlio sarà aumentato di almeno il 50%. 

Nello stesso capitolo rientra la gratuità degli asili nido, con orario prolungato.

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