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Salari più alti invece dei (finti) bonus in busta paga: perché il taglio del cuneo fiscale è meglio dei fringe benefit #adessonewsitalia

Passare dai bonus in busta paga, spesso più presunti che reali come per i fringe benefit, a un aumento concreto degli stipendi attraverso il taglio del cuneo fiscale. È questa la ricetta proposta da Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, dopo l’incontro con il governo in vista della legge di Bilancio: “Basta bonus, i salari vanno aumentati in modo strutturale”, afferma.

La ricetta contro l’inflazione galoppante e l’emergenza che stiamo vivendo è quindi diversa da quella su cui sembra puntare il governo Meloni. Landini, intervistato da la Repubblica, chiede un intervento incisivo sul taglio del cuneo fiscale, incitando l’esecutivo a non limitarsi a confermare lo sgravio contributivo del 2% già in vigore.

L’intervento voluto dal segretario della Cgil dovrebbe essere tutto a favore dei lavoratori, con un aumento degli stipendi per i redditi sotto i 35mila euro. Una misura che dovrebbe accompagnarsi con un “intervento fiscale per aumentare il loro potere d’acquisto, ripristinando il meccanismo che rivaluta deduzione e detrazioni fiscali all’inflazione”.

In particolare Landini fa riferimento a un meccanismo di “drenaggio fiscale, cioè aumentare le detrazioni e le deduzioni dello stesso importo dell’inflazione per non far scattare aliquote Irpef più alte sul reddito da lavoro”. Perché Landini sostiene che l’unica soluzione sia aumentare i salari invece di puntare sui fringe benefit? Entriamo nel dettaglio.

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Il taglio del cuneo fiscale e gli stipendi più alti

Per Landini la priorità è una: aumentare i salari netti con un intervento che sia solamente lato lavoratori. Anche perché – spiega ancora il segretario della Cgil – le imprese “in questi anni hanno già incassato incentivi a pioggia, mai condizionati e selettivi”. Inoltre, prosegue, i “salari netti più alti fanno bene alle imprese perché sostengono i consumi”. Per Landini è quindi necessario prima di tutto confermare lo sgravio del 2% per i redditi sopra i 35mila euro e poi, sempre in sede di manovra, aumentarlo.

Perché gli stipendi non aumenteranno

Anche se gli esperti spiegano che i salari non devono rincorrere l’inflazione attuale, sono concordi nel dire che un aumento degli stipendi per i redditi più bassi è fondamentale per non perdere potere d’acquisto. Il governo Meloni ha annunciato che confermerà per il 2023 il taglio di due punti percentuali introdotto da Draghi, che costerà 3,5 miliardi di euro o poco più.

Già così, con un intervento limitato, gran parte delle risorse pensate per la manovra per misure che vadano oltre il caro energia sarebbe quasi finita. Inoltre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, ha confermato alle imprese che per questa legge di Bilancio non si andrà oltre la conferma dello sgravio attuale al 2%.

Non ci saranno nuovi aumenti di stipendio, quindi, per i lavoratori italiani. Anche se l’obiettivo a lungo termine del governo resta quello di arrivare gradualmente a un taglio totale di 5 punti, da raggiungere durante l’arco di tutta la legislatura. Un taglio del cuneo fiscale che dovrebbe riguardare per due terzi i lavoratori e per un terzo le imprese.

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Fringe benefit, Landini contro i bonus aziendali

La soluzione, secondo Landini, non può essere l’innalzamento della soglia dei fringe benefit, che secondo il segretario della Cgil rischiano di “essere uno specchietto per le allodole”, considerando che la contrattazione aziendale riguarda solo il 20% dei lavoratori.

Al contrario, secondo Landini, ora bisognerebbe “dare a tutti, non solo a qualcuno”. Il problema dei fringe benefit è che di fatto si tratta di bonus non tassati che devono concedere le aziende ai dipendenti. E, ovviamente, non sono in alcun modo vincolate a farlo. Probabilmente, quindi, la maggior parte delle aziende – considerando anche i tempi stretti – non erogherà i fringe benefit che potranno essere previsti per cifre fino a 3mila euro e anche per pagare le bollette.

La flat tax e il tetto al contante

Per il segretario della Cgil la soluzione può essere neanche la flat tax, ritenuta “inaccettabile”, così come lo sono “i condoni e il rialzo del tetto al contante”. Secondo Landini servirebbe invece una riforma fiscale progressiva, aumentando la base imponibile e facendo pagare meno tasse a lavoratori e pensionati.

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