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Tetto al contante, l’evasione fiscale procapite è più elevata al Nord ma al Sud prevale il micro-nero #adessonewsitalia

L’Italia unita nell’evasione fiscale, titolava qualche anno fa un approfondito studio della Svimez sulla distribuzione territoriale del fenomeno che faceva giustizia di luoghi comuni e pregiudizi (il Sud parassita, il Nord campione dell’Erario e così via). Oggi che secondo dati aggiornati a prima della pandemia, gli ultimi disponibili – l’evasione è rientrata sotto i 100 miliardi di euro, il quadro per macroaree non sembra essere cambiato. Al Sud più evasori (commercio, turismo e ristorazione soprattutto), al Nord più evasione. In altre parole, Mezzogiorno e isole restano le aree nelle quali l’illegalità fiscale è più diffusa, spesso per sopravvivenza considerata la debolezza del sistema economico, ma la situazione si capovolge nettamente se invece si guarda agli importi evasi. Si scopre, così, che il grosso delle somme sottratte al fisco si concentra nelle aree più ricche e produttive del Nord, tanto verso Ovest quanto verso Est. Si tratta di differenze profondamente legate a tessuti produttivi e sociali assai diversi tra di loro: tanti piccoli evasori dove l’economia è più debole e frammentata, meno numerosi ma più grandi dove storicamente si concentra la quota più rilevante del volume d’affari e del reddito nazionale. È stata la Corte dei Conti a spiegarlo in maniera autorevole e documentata: dall’Iva all’Irpef, le due imposte saldamente al vertice della classifica delle tasse non pagate, il Paese resta al primo posto in Europa ma se non altro è stato in gran parte smontato ogni approccio per così dire campanilistico al tema del sommerso, spesso associato al Mezzogiorno pur non essendo ormai lo si è capito una sua assoluta esclusiva. 

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Inevitabile, però, che di evasione si sia tornati a parlare e a polemizzare in queste ore dopo l’annuncio del nuovo governo di voler aumentare la soglia di contante e l’immediata reazione delle opposizioni che temono un’impennata dell’evasione stessa. Torna in primo piano ovviamene anche il peso della pressione fiscale, argomento-chiave in base al quale le Regioni più ricche del Nord premono per l’autonomia differenziata. Chi paga di più deve avere di più, si ripete ormai da anni. Ma anche in questo caso il tempo ha dimostrato che le cose non stanno esattamente così. Fu la Svimez per prima a documentare, in base al lavoro svolto dalla Commissione Ceriani, l’evasione fiscale era più alta al Nord (2.532 euro pro capite) contro i circa 1000 euro del Mezzogiorno e che, soprattutto, esisteva (ed esiste tuttora) una differenza angosciante tra il reddito medio dichiarato per l’Irpef nel Mezzogiorno e quello del Centro-Nord (una distanza media di almeno 4 mila euro, con punte maggiori per Calabria e Sicilia). Fu altresì calcolato in quell’occasione che «il reddito dichiarato per l’Irpef, in percentuale sul reddito disponibile, era pari all’82% nel Mezzogiorno e all’80,7% nel Centro-Nord. Ciò significa che la quota di reddito evasa sarebbe pari al 18% nel Mezzogiorno e al 19% nel Centro-Nord». Non sono percentuali come tante altre, specie se si rapportano alla mancata attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, in base al quale si sarebbe dovuta attuare la perequazione per riequilibrare la capacità fiscale per abitante. Quel vuoto normativo è in cima ai dubbi che continuano ad accompagnare la proposta di riforma dell’autonomia delle Regioni su cui si discuterà nuovamente a stretto giro. 

Dati ed elaborazioni confermano in ogni caso che c’è stata, e in parte c’è ancora, un’Italia che continua a spendere più di ciò che guadagna. Lo aveva evidenziato l’Istat nel 2017 dimostrando che ogni 100 euro denunciati dalle persone fisiche al netto delle imposte, c’era una spesa delle famiglie di 114,4. Nel dettaglio, la fetta più grande di questi consumi non giustificati arrivava dalla Lombardia (23,4 miliardi), seguita dal Lazio (13,8) e anche in questo caso la spiegazione più logica era che si trattava di regioni popolose e con un tenore di vita relativamente elevato.

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Naturalmente dopo la pandemia è probabile che questi riferimenti possano essere almeno parzialmente superati. Resta però il fatto che l’evasione si è ormai radicalizzata al Nord quanto al Sud e che la montagna che il Fisco deve scalare resta altissima. L’Irpef, ad esempio: fallito il tentativo di riforma del governo, resta un’imposta evasa per 32,2 miliardi di euro (dato 2019), con un peso del 69,9% in chiave autonomi e imprese mentre solo il 2,8% si può attribuire al lavoro dipendente irregolare. Il fatto è che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha posto obiettivi ambiziosi di riduzione dell’evasione fiscale la cui propensione dovrebbe ridursi del 5 per cento entro il 2023 e del 15 per cento entro il 2024 rispetto al livello del 2019. In altre parole, nel giro di due anni lo Stato dovrà fare in modo che le tasse evase si riducano di 12 miliardi e che la propensione all’evasione arrivi al 15,8 per cento, rispetto al 18,5 per cento del 2019. Parlare di obiettivi ambiziosi è tanto scontato quanto complicato.

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