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Un’azienda su cinque è schiacciata dai propri debiti #adessonewsitalia


Fallimento

La stabilità del sistema imprenditoriale italiano scricchiola sempre di più, sotto la pressione della pandemia. E la situazione è destinata a peggiorare visti i rincari delle materie prime e il conflitto in Ucraina. Il 18% delle imprese (10 mila circa), infatti, rischia di rimanere schiacciato dai debiti che ha in cassa. Si tratta di debiti finanziari, tributari e previdenziali ossia non quelli verso i fornitori (i debiti commerciali), ma verso il Fisco e gli enti previdenziali e quelli contratti per ottenere liquidità. Ed è per questa loro natura che questi debiti producono a loro volta interessi, e quindi, in prospettiva, la situazione di queste società è destinata a peggiorare a causa dell’atteso aumento del costo del denaro.

A fornire il quadro delle società di capitali italiane a rischio default è un’indagine condotta dallo studio di consulenza Pwc Tls, secondo la quale è proprio questa fetta di imprenditori che può beneficiare della transazione fiscale. Parliamo, quindi, dell’istituto disciplinato dagli articoli 63 e 88 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Ccii), entrato in vigore il 15 luglio scorso, grazie al quale le imprese in crisi possono tagliare (o dilazionare) i debiti verso l’Agenzia delle entrate e verso gli Enti previdenziali e assistenziali, per riequilibrare la situazione finanziaria, avviando un procedimento che porta a un accordo con i creditori.

Per arrivare a quantificare le società di capitali italiane che presentano una situazione finanziaria critica, nello studio, spulciando una delle più accreditate banche dati economiche, sono stati presi in esame gli ultimi bilanci disponibili delle società di capitali con ricavi annui superiori a 5 milioni di euro (in totale 60.152 aziende, di cui 54.576 esaminate in quanto di 5.576 unità alcuni dati erano incompleti). Poco meno della metà del campione (25.715 società) sono state giudicate sane, in quanto non presentano un indebitamento finanziario netto. L’analisi, dunque, si è concentrata sulle restanti 28.861 imprese. Al setaccio sono passati indicatori quali l’indebitamento netto (la cosiddetta Posizione finanziaria netta, Pfn, che non comprende i debiti commerciali verso fornitori); il margine operativo lordo (Ebitda); e i rapporti tra questi valori, così da ipotizzare quanto tempo sia necessario per estinguere i propri debiti facendo ricorso alle risorse finanziarie (si veda la tabella in pagina). È emerso, quindi, che 2.636 società (il 9,1%) sono in situazione critica avendo un Ebitda negativo. Delle restanti 26.225 società, con margine operativo lordo positivo, il 18% del campione (9.799 società) ha debiti finanziari, tributari e previdenziali sproporzionati rispetto alle proprie capacità di rimborsarli. Non solo. Circa il 15% (8.060 società, corrispondenti al 14,8%) presenta un rapporto tra posizione finanziaria netta e margine operativo lordo superiore a 5, che costituisce un valore patologico.

Non va meglio al 18,1% (9.865 società), che ha un rapporto Pfn/Utile netto superiore a 10, che è estremamente elevato. O ancora alle 11.062 società (20,3%) che fanno registrare un rapporto Pfn + debiti tributari e previdenziali sull’utile netto superiore a 10, ossia notevolmente patologico.

Ad aggravare lo scenario è il fatto che nei bilanci delle imprese con criticità finanziarie si tende a sottostimare il passivo (per esempio perché le sanzioni e gli interessi dovuti a causa dell’omesso pagamento dei debiti fiscali non vengono rilevati tempestivamente, ma solo a seguito delle richieste di pagamento formulate dall’Amministrazione finanziaria), così come in generale gli squilibri patrimoniali esistenti. Inoltre, l’analisi ha preso in esame bilanci riferiti a date anteriori al 2022, sui quali non si sente ancora l’effetto dell’aumento del costo dell’energia. A conferma di prospettive allarmanti, i dati diffusi nei mesi scorsi da Cerved (si veda altro articolo in pagina), secondo cui le società a rischio di default sono 99 mila, cioè circa il 16% del totale.

Alla luce di questi numeri, quindi, una porzione rilevante di società di capitali può trarre benefici dalla ristrutturazione dei debiti, inclusi quelli fiscali e previdenziali, e dal ricorso alla transazione fiscale. Con essa si produce, infatti, la falcidia e la dilazione di pagamento dei crediti tributari, relativi a imposte, sanzioni e interessi, iscritti e non iscritti a ruolo, certi e contestati. Si tratta quindi di uno strumento totalmente diverso dalle cosiddette “rottamazioni delle cartelle esattoriali” e costituisce al tempo stesso uno strumento più efficace e più equo.

Tuttavia, spiega Giulio Andreani, consulente di Pwc Tls, «la transazione fiscale può essere attuata solo nell’ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti o del concordato preventivo, che sono procedure quanto meno laboriose; in considerazione dell’utilità e dell’affidabilità di tali istituto, sarebbe assai utile che il legislatore ne ampliasse il campo di applicazione, consentendone l’attuazione anche nel contesto di istituti più snelli e meno laboriosi, come quelli del piano attestato di risanamento, del piano di ristrutturazione soggetto a omologazione e della composizione negoziata della crisi. In tali ambiti la transazione fiscale non è infatti consentita e ciò, da un lato, limita l’efficacia di questi istituti e, dall’altro, comporta la necessità di attuare la transazione solo nel contesto di istituti più laboriosi e complessi».

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