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Buonuscita 2022: la guida completa #adessonewsitalia

Si avvicina il momento della pensione? Hai dato le tue dimissioni oppure hai subìto un licenziamento? Quello che accomuna queste situazioni, così diverse l’una dall’altra, è un solo aspetto: la liquidazione, conosciuta anche come buonuscita al termine del rapporto di lavoro.

In questa guida completa sulla buonuscita ti spiego cos’è e cosa significa per i dipendenti statali, come si calcola a partire dall’ultima retribuzione, qual è la tassazione prevista e quindi il netto che percepirai, come farne richiesta, le modalità di accredito e infine come chiedere la cessione del quinto con garanzia del TFR, se hai bisogno di un prestito.

Cos’è e cosa significa

I lavoratori dipendenti hanno diritto a una somma di denaro al termine del rapporto di lavoro. Questa somma di denaro ha un nome diverso a seconda che si tratti di dipendenti privati o pubblici. Tra i dipendenti pubblici c’è una ulteriore distinzione. La somma si chiama:

  • TFR (Trattamento di Fine Rapporto) per i dipendenti privati;
  • TFS (Trattamento di Fine Servizio) per i dipendenti statali assunti a partire dal 01/01/2001;
  • Indennità di buonuscita (IBU) per i dipendenti statali assunti entro il 31/12/2000.

Ognuna delle tre ha diverse regole che la disciplinano, anche per quanto riguarda il calcolo. In questa guida ci soffermiamo sulla terza categoria, ossia l’indennità di buonuscita prevista per i dipendenti statali assunti entro il 31/12/2000.

Statali

I dipendenti della Pubblica Amministrazione assunti entro il 31/12/2000, per esempio insegnanti, militari, ecc., hanno diritto a alla buonuscita, ossia una somma che l’ente deposita presso l’INPS durante tutta la vita lavorativa del dipendente, poi consegnata al termine del rapporto di lavoro. Ecco perché si chiama appunto “buonuscita”.

L’ente accantona ogni mese una quota di buonuscita e la deposita presso l’INPS, in modo che sia prontamente disponibile al termine del rapporto di lavoro, che può avvenire per dimissioni, licenziamento, pensionamento.

Calcolo

L’INPS spiega esattamente come procedere per il calcolo della buonuscita:

  1. Prendi la tua ultima retribuzione annua lorda (bisogna includere anche la tredicesima) e calcolane l’80%;
  2. Dividi il risultato per 12;
  3. Moltiplica il risultato per gli anni di servizio.

A quanto ammonta

Per il calcolo dell’indennità di buonuscita puoi considerare questa formula:

(80% di RAL) / 12 * anni lavorati

Gli anni in cui hai lavorato meno di sei mesi, non si considerano nel calcolo. Gli anni in cui hai lavorato più di sei mesi (ma meno di un anno) si contano come anni interi.

Esempio di calcolo 1

Supponiamo che la tua ultima retribuzione annua lorda ammonti a 25.000 euro (quindi 1.923 euro lordi al mese + tredicesima). Hai lavorato per 30 anni. Ecco come calcolare l’indennità di buonuscita che ti spetta:

80% di 25.000 euro => 20.000 euro

20.000 / 12 = 1.666,66

1.666,66 * 30 anni lavorati = 49.999,8 è l’indennità di buonuscita a cui hai diritto.

Esempio di calcolo 2

Supponiamo che la tua ultima RAL (retribuzione annua lorda) ammonti a 30.000 euro (quindi 2.307,69 euro lordi al mese + tredicesima). Hai lavorato per 31 anni e 5 mesi. Ecco come calcolare l’indennità di buonuscita che ti spetta:

80% di 30.000 euro => 24.000 euro

24.000 / 12 = 2.000

2.000 * 31 anni lavorati (i 5 mesi, essendo inferiori a 6 mesi, non si contano) = 62.000 euro è l’indennità di buonuscita a cui hai diritto.

Tassazione

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come procedere al calcolo dell’indennità di buon’uscita (IBU). Si tratta dell’IBU lorda, perché a questa bisogna sottrarre la tassazione. Ecco come calcolare le tasse dovute sull’indennità di buonuscita per dipendenti statali:

Prima di tutto devi calcolare una quota esente e pari a 309,87 euro * gli anni di lavoro. Il risultato è esentasse,

Al residuo si applica l’aliquota media degli ultimi 5 anni.

Esempio

IBU lorda pari a 25.000 euro; 30 anni di lavoro.

309,87 euro + 30 anni di lavoro = 9.296,1 euro sono esentasse.

Al resto, ossia a 15.703,9 (risultato di 25.000 – 9.296,1) si applica l’aliquota media IRPEF applicata negli ultimi 5 anni sul tuo stipendio. L’aliquota media la conosci solo tu, perché solo tu conosci qual è stato il tuo stipendio negli ultimi 5 anni. Supponiamo un’aliquota media del 23%, quindi su 15.703,9 si applica il 23% = 3.611,90 euro è l’IRPEF da pagare al fisco.

Quindi la tua IBU netta è di:

9.296,1 + 15.703,9 – 3.611,90 = 21.388,1 euro

Modalità di pagamento

Ricevi l’indennità di buonuscita secondo le seguenti modalità:

  • In unica somma, se la buonuscita non supera i 50 mila euro;
  • In due rate se la buonuscita supera i 50 mila euro. La prima rata è di 50 mila euro, poi entro l’anno successivo ricevi il resto;
  • In tre rate se la buonuscita supera i 100 mila euro. Il primo anno ottieni 50 mila euro, l’anno successivo anche e il terzo anno ricevi il resto.

Richiesta

Per avere l’indennità di buonuscita non devi fare nessuna richiesta, né alla tua amministrazione né all’INPS. Al termine del rapporto di lavoro, scatta il diritto alla buonuscita.

L’INPS ti invia l’importo direttamente sul tuo conto corrente oppure sulla tua carta prepagata con IBAN. L’importo è già al netto delle tasse, quindi sul tuo conto arriva direttamente l’IBU netta, calcolata come ti ho spiegato nei paragrafi precedenti.

Cessione del quinto

Hai sentito parlare di Cessione del quinto dello stipendio con buonuscita a titolo di garanzia? Si tratta di un’opzione riservata ai lavoratori del settore privato e quindi inaccessibile ai dipendenti statali. Vediamo di cosa si tratta nello specifico.

La cessione del quinto è un prestito che tu paghi con la tua busta paga. Il tuo datore di lavoro infatti, versa le rate di rimborso del prestito direttamente alla banca, decurtandole dal tuo stipendio. La rata mensile non può superare 1/5 del tuo stipendio. Quindi se per esempio hai uno stipendio netto di 1.000 euro al mese, puoi ottenere una cessione del quinto fino a 200 euro mensili.

La cessione con garanzia del TFR è una ulteriore garanzia che la banca potrebbe chiedere: con questo tipo di prestito, il datore di lavoro si obbliga a vincolare il TFR pari al debito e, via via, pari al residuo. Sul debito residuo quindi non puoi chiedere anticipo TFR.

Esempio

Chiedi un prestito di 5.000 euro con restituzione di 250 euro al mese per 20 mesi. All’inizio del prestito, l’azienda vincola 5.000 euro del tuo TFR, dopo 3 mesi, in cui hai già pagato 3 rate e quindi il debito residuo ammonta a 4.250, l’azienda ti vincola solo questi 4.250. Dopo 10 mesi, hai già pagato la metà del tuo debito e quindi l’azienda vincola solo 2.500 euro.

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