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Abbiamo proprio bisogno della flat tax? #adessonewsitalia

La flat tax porta benefici limitati a costi molto elevati in termini di disuguaglianza e impatto sulle finanze pubbliche. Gli effetti positivi potrebbero essere raggiunti con altri metodi meno iniqui. Perché non perseguire quella strada?

Si discute molto di flat tax nella campagna elettorale. Un dibattito paradossale, visto che non esiste tra i partiti una vera e propria proposta di flat tax. La proposta della Lega è una incomprensibile “flat tax multi-aliquota” (a seconda del nucleo familiare) che dovrebbe tendere ad aliquota unica nel lungo periodo, mentre la proposta di Fratelli d’Italia è un unicum che applicherebbe un’aliquota unica solo alle variazioni di reddito, e non al livello, con paradossali incentivi a forme collusive tra lavoratori e datori di lavoro (nonché a ovvie forme di elusione).

Una premessa. L’obiettivo qui non è quello di discutere le specifiche proposte di flat tax presenti in campo, bensì di presentare sei punti di logica economica generale sulle implicazioni economiche di un sistema con flat tax, indipendentemente dalle misure (o presunte tali) dei partiti attuali.

Per flat tax si intende, in generale, un sistema fiscale in tre punti: (i) una sola aliquota marginale legale, fissata (molto) al di sotto dell’attuale aliquota marginale massima; (ii) una base imponibile piuttosto ampia rispetto al sistema precedente; (iii) una soglia di esenzione sui redditi bassi molto alta.

Che effetti economici abbiamo osservato e possiamo prevedere dall’introduzione di una flat tax?

  1. Effetti sulla crescita. La flat tax è stata applicata (ma anche poi cancellata in alcuni casi) in diversi paesi dell’est Europa negli anni Novanta. In alcuni casi, la crescita economica è aumentata, ma è scientificamente impossibile concludere che l’effetto sia stato dovuto alla flat tax. Troppi altri fattori concomitanti potrebbero aver confuso il quadro. La Slovacchia è un caso scuola. La flat tax fu introdotta nel 2004 e cancellata nel 2013. La crescita salì fino al 10 per cento e la disoccupazione calò dal 20 al 10 per cento. Ma nel 2004 la Slovacchia entrava anche nell’Unione europea e introduceva molte altre riforme (riduzione del costo del lavoro, liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi, apertura al commercio internazionale). Uno dei motivi del successo della flat tax nei paesi ex-socialisti in transizione dell’Europa orientale è stato l’uso della bassa aliquota marginale d’imposta da parte dei nuovi governi come segnale per un cambio di regime verso politiche più orientate al mercato. Sono molto probabilmente queste altre politiche a essere responsabili della eventuale maggiore crescita economica, e non la flat tax in quanto tale.
  • Il costo principale della flat tax è quello di aumentare la disuguaglianza, attraverso due effetti: uno diretto e uno indiretto. L’effetto diretto è che la flat tax riduce significativamente il grado di progressività del sistema fiscale. Questo inevitabile canale può essere parzialmente corretto prevedendo ampie soglie di esenzione per i redditi bassi (oppure cosiddette “imposte negative”: riduzione delle tasse ai più ricchi, forti trasferimenti ai più poveri, ma con ovvie penalizzazioni per i redditi medi). In tutti i casi in cui la flat tax è stata applicata, però, le soglie di esenzione variavano a seconda del livello individuale di reddito, contribuendo a una complicazione del sistema, non certo il contrario. Esiste però anche un effetto indiretto della flat tax sulla disuguaglianza. La flat tax determina un aumento del rendimento netto (post-tax) sul risparmio, redistribuendo il reddito a favore degli individui più benestanti. Ma gli agenti economici più ricchi sono anche quelli con una propensione al risparmio più alta. La conseguente spinta al rialzo del tasso di risparmio causerebbe una riduzione dei tassi di interesse, e un boom dei prezzi delle attività finanziarie, rinforzando l’effetto iniziale di crescita della disuguaglianza.
  • La flat tax produce inevitabili effetti sul deficit di bilancio, e quindi sul debito pubblico. Qualche fautore estremo della flat tax sostiene l’esistenza del cosiddetto “effetto di Laffer” (dal nome di un economista americano). Con l’effetto di Laffer si presume che una flat tax unica sufficientemente bassa stimolerebbe la crescita economica, la quale a sua volta indurrebbe una crescita delle entrate fiscali, e permetterebbe alle entrate fiscali di autofinanziarsi. Per farla breve, non c’è mai stata evidenza empirica in tutta la letteratura economica del cosiddetto effetto Laffer.
    Come già evidenziato su questo sito, la proposta originale della Lega (se ipotizzata ad aliquota unica) produrrebbe un gettito di 94 miliardi all’anno con un calo di 58 miliardi rispetto a quello Irpef attuale. La relazione annuale sull’evasione del Ministero dell’Economia e delle Finanze stima una perdita di gettito Irpef da evasione di circa 38 miliardi. Nell’ipotesi più rosea in cui si potessero recuperare tutti, mancherebbero all’appello ancora 20 miliardi, da finanziare o con maggiore debito pubblico o con tagli di spesa, che andrebbero apertamente dichiarati. Paradossalmente, in Italia la maggior parte dell’evasione è imputata alla categoria degli autonomi, che già godono di un regime di flat tax. Questa evidenza di per sé già contraddice il presunto legame tra flat tax e recupero di evasione.
  • La flat tax riduce la capacità del sistema fiscale di operare da stabilizzatore automatico. Di che si tratta? Quando l’economia rallenta, si produce meno reddito, e le famiglie in media pagano proporzionalmente meno tributi. Questo aiuta l’economia a “rimbalzare”, a riprendersi. Le famiglie meno abbienti sono anche quelle che, di solito, in una fase di rallentamento, contraggono le loro spese percentualmente di più. Quindi è importante, in una fase di recessione economica, che il meccanismo di stabilizzatore automatico funzioni in particolare per loro. Comprimere la progressività con la flat tax non può che comprimere la capacità del sistema fiscale di fungere da stabilizzatore automatico.
  • Se la flat tax implica una aliquota marginale unica (più) bassa, può produrre effetti positivi di incentivo a una maggior offerta di lavoro. L’elasticità dell’offerta di lavoro è però notoriamente molto difficile da misurare. Ciò che sicuramente sappiamo è che è più alta per gli individui con redditi bassi (gli individui meno abbienti rispondono ad una riduzione delle imposte lavorando proporzionalmente di più rispetto a quanto fanno quelli più ricchi). Quindi l’effetto netto potrebbe paradossalmente essere anche quello di una riduzione aggregata dell’offerta di lavoro, visto che gli individui con reddito medio-basso sarebbero più penalizzati dalla flat tax (con l’eccezione dei redditi esenti). Questo è un altro dei motivi per cui non si tende a trovare evidenza empirica del cosiddetto “effetto di Laffer”.

In conclusione, tutti gli ipotetici effetti raggiungibili con la flat tax (anche se idealmente implementata) sarebbero raggiungibili con altri metodi, con il non trascurabile vantaggio di evitare i forti effetti sulla disuguaglianza. Abbiamo veramente bisogno della flat tax?

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Tommaso Monacelli

monacelli Tommaso Monacelli è professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano, e Fellow di IGIER Bocconi e del CEPR di Londra. Ha ottenuto il Ph.D. in Economia presso la New York University, ed è stato in precedenza assistant professor a Boston College e professore associato all’Università Bocconi. E’ associate editor di riviste scientifiche internazionali, tra cui il Journal of the European Economic Association, il Journal of Money Credit and Banking, e la European Economic Review. E’ stato adjunct professor presso la Columbia University, visiting professor presso la Central European University, e research consultant per Bce, Ocse, IMF, e Riksbank. I suoi interessi di ricerca riguardano la teoria e politica monetaria e la macroeconoma internazionale.

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