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Il programma Pd: la lista della spesa pubblica #adessonews


È stato pubblicato il programma del Partito Democratico. Sono 37 pagine di impegni solenni, soprattutto di spesa, con evidenti reticenze nel dettaglio delle fonti di entrata. Non ho la velleità di analizzare ogni singolo punto, sia chiaro. Se interessati, potete leggere il documento.

Centrale, nel messaggio elettorale del Pd, è la famosa “mensilità in più”, che si sostanzia operativamente come segue:

Vogliamo aumentare gli stipendi netti fino a una mensilità in più, con l’introduzione progressiva di una franchigia da 1.000 € sui contributi INPS a carico dei lavoratori dipendenti e assimilati (a invarianza di computo ai fini pensionistici), destinando a tale scopo il recupero di evasione fiscale fissato come obiettivo dal PNRR entro il 2024.

Quindi: il recupero di evasione viene usato per raggiungere l’obiettivo, a regime, di uno sconto di mille euro annui sui contributi ma senza buco contributivo. Il Recovery Plan italiano prevede (entro il 2024) una riduzione del tax gap (differenza tra il dovuto teorico e il pagato) equivalente a 12 miliardi di euro. Il recupero di evasione fiscale è da attuare (ovviamente) con

[…] tracciabilità dei pagamenti, incrociare le banche dati, potenziare le Agenzie fiscali, premiare maggiormente i contribuenti leali, riformare la riscossione.

Già sentita: magari a questo giro funziona. Un numero: a regime, serve una copertura strutturale per circa 19-20 milioni di lavoratori dipendenti moltiplicato per mille euro annui. Sono 19 miliardi di “recupero di evasione fiscale”, oltre un punto di Pil, se a beneficio di tutti i dipendenti. Cifra possibile ma non scontata né banale, neppure se le “banche dati” passassero la giornata a chiacchierare tra loro. Oltretutto, perché escludere i lavoratori autonomi dal beneficio equivalente di mille euro? Forse sostenendo che “tanto gli autonomi sono evasori fiscali”? Qualcuno riuscirà a dire anche questo, vedrete. Interessante l’introduzione della tassazione agevolata per il secondo percettore di reddito in famiglia, “con l’obiettivo di aumentare l’offerta di lavoro, dare impulso all’occupazione femminile, far emergere il lavoro nero e favorire il ritorno nel mondo del lavoro, dopo il congedo di maternità obbligatorio”. Anche qui, resta da quantificare costo e coperture. Probabilmente si sosterrà che l’emersione del nero e la maggior partecipazione al lavoro autofinanzieranno l’agevolazione fiscale. Può essere, chissà.

Segue proposta più “classica”, vista più volte e in varie forme durante questi anni: zero contributi per le assunzioni a tempo indeterminato dei “giovani” fino a 35 anni. So che sono pedante ma quanto costerebbe e come verrebbe coperto? Col solito “recupero di evasione”? Credo di avere una risposta, ve la dico tra poco. Nel frattempo, richiamo la vostra attenzione sulla solita criticità: che accade al costo del lavoro del “giovane” lavoratore, al compimento del trentaseiesimo compleanno? Una mazzata epocale che lo renderebbe assai costoso per il suo datore di lavoro e un bel taglio del netto in busta per la parte di contribuzione a suo carico, per caso? Ah, saperlo. Sono quei brutti compleanni di cui già scrissero, un’era geologica addietro, Carlo Calenda e i suoi temporanei amici di +Europa. Lo so, invecchiare è brutto, anche intorno a trent’anni o giù di lì.

Sempre nel condivisibile quadro di riduzione della pressione fiscale sulle imprese,

L’IRAP va progressivamente superata, garantendo l’integrale finanziamento del fabbisogno del sistema sanitario e la partecipazione di tutti i redditi al finanziamento del welfare universale.

Una premessa d’obbligo: l’Irap ha smesso da molto tempo di essere il principale canale di finanziamento della spesa sanitaria. Ciò precisato, concentratevi sul concetto di “partecipazione di tutti i redditi al finanziamento del welfare universale”. Questo significa una cosa molto precisa, a mio giudizio: aumento della tassazione sul risparmio, sia esso finanziario (redditi di capitale), che immobiliare. Come? Forse aumentando le aliquote dell’imposta sostitutiva (la cedolare secca) oppure inserendo tali redditi nell’Irpef, con eventuale franchigia per i piccoli risparmiatori. Almeno, questo leggo in questo passaggio. Il gettito derivante da questa misura potrebbe essere utilizzato anche per la decontribuzione integrale dei “giovani” sino a 35 anni con contratto a tempo indeterminato. Vi dovevo questa risposta, ricordate?

Queste entrate vanno a finanziare il “welfare universale”, come detto. Il cui perimetro, e la stessa definizione di “universalità”, è tuttavia rimesso alle scelte del decisore politico. Quanto più si allarga la cosiddetta universalità, tanto maggiore è la spesa e il fabbisogno.

Capitolo lavoro: salario minimo contrattuale stimato intorno a 9 euro lordi orari è la misura-cardine; un po’ pentastellata, forse per gettare un ponte post-elettorale in quella direzione. Ma non è tutto: questa soglia, da definire in dettaglio per non pestare i piedi ai sindacati, viene affiancata dalla integrazione pubblica alla retribuzione (in-work benefit), secondo la proposta della Commissione sul lavoro povero. Si tratta di uno strumento a beneficio dei cosiddetti working poor simile all’Earned Income Tax Credit. Quello che non mi è chiaro è perché coesista con un salario minimo a 9 euro lordi orari. In astratto, dovrebbe essere o l’uno o l’altro.

Sulle pensioni c’è un menù in apparenza sostanzioso:

[…] maggiore flessibilità nell’accesso alla pensione, a partire dai 63 anni di età, da realizzarsi nell’ambito dell’attuale regime contributivo e in coerenza con l’equilibrio di medio e lungo termine del sistema previdenziale. Va inoltre introdotta, per le nuove generazioni, una pensione di garanzia, che stanzi fin da subito le risorse necessarie a garantire una pensione dignitosa a chi ha carriere lavorative discontinue e precarie. È necessario consentire l’accesso alla pensione a condizioni più favorevoli a chi ha svolto lavori gravosi o usuranti o lavori di cura in ambito familiare, anche rendendo strutturali APE sociale (da estendere agli autonomi) e Opzione donna.

Segnalo sommessamente che il ricorso al contributivo non garantisce pensioni che mettano al riparo dalla fame. Quindi qualcuno dirà che servono integrazioni a un minimo di sussistenza, da porre a carico della fiscalità generale. Tra verosimile estensione del concetto di lavoro usurante e massiccio ricorso a contribuzione figurativa, serviranno molte risorse. Ah, scordavo un’altra proposta: […] aumento del valore e della platea dei beneficiari della “quattordicesima” per rafforzare la tutela dei pensionati e delle pensionate di fronte al carovita. E anche una forma di avvicinamento alla meritata quiescenza ma che non danneggi il profilo reddituale dell’interessato: […] un part-time volontario pienamente retribuito (anche in termini di contributi previdenziali) al compimento del sessantesimo anno di età. Quindi: compio sessant’anni e, se voglio, ottengo il part-time dalla mia azienda ma a stipendio da tempo pieno. Paga Pantalone. Non male.

Per il Mezzogiorno, prevista una psichedelia di interventi e soldi:

Proponiamo la proroga, il potenziamento e la razionalizzazione dei diversi meccanismi di incentivazione per l’occupazione nel Mezzogiorno, puntando su giovani e donne. Dobbiamo anche spingere per un rafforzamento strutturale degli strumenti di politica industriale regionale, potenziati in particolare nel 2020-2021 (Credito di imposta per investimenti, incentivi potenziati per R&S, Fondo “Cresci al Sud” per la crescita dimensionale delle imprese, priorità Sud nel Fondo Nazionale Innovazione e Protocolli con CDP e Invitalia, rilancio delle Zone Economiche Speciali) e prevedere forme di riequilibrio territoriale negli strumenti di politica industriale nazionale.

E se non bastasse,

Nell’ambito degli Ecosistemi dell’innovazione al Sud, proponiamo di insediare nel Mezzogiorno poli di formazione su rinnovabili e transizione verde, veri e propri hub internazionali, capaci di attrarre competenze e investimenti, di offrire concrete prospettive lavorative ai giovani del Sud, di rafforzare la leadership italiana nella green economy e di rinsaldare i legami con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, sempre più rilevanti anche per la strategia energetica nazionale.

Il Polo di formazione green del Mediterraneo è suggestivo, in effetti. Temo un po’ troppo. Attendo programmi e competenze richieste ai docenti, è meglio.

Leggete il documento, troverete un “Piano nazionale” praticamente per tutto, e di conseguenza il corrispondente “Fondo nazionale” che è la sua borsa della spesa. Ad esempio, c’è il “Fondo nazionale compensativo anti-Nimby” (giuro), che serve a dar soldi alle comunità locali per vincerne gentilmente le resistenze alla localizzazione di infrastrutture “scomode”. A me pare che andrebbe chiamato “fondo nazionale pro-Nimby” ma forse sono troppo cinico. C’è persino la “premialità fiscale per le imprese a elevato rating ESG”. L’ultima volta che ho controllato, questo famigerato rating aveva seri problemi di coerenza e un alto “rischio-fuffa” ma forse nel frattempo hanno risolto.

Tra le altre misure, per combattere l’isolamento geografico ma temo non lo spopolamento che ne è alla radice, è prevista

[…] l’apertura di 1.000 bar ed edicole multifunzione in 1.000 piccoli comuni, che offrano funzioni base affinché tutta Italia abbia accesso ai servizi di cittadinanza più importanti, integrandoli con il progetto “Polis – Case dei servizi di cittadinanza” finanziato dal PNRR.

Non è chiaro se si tratti di “bar di Stato” col loro terminale per pagamenti, e perché ne servano addirittura mille, cioè ben un ottavo di tutti i comuni italiani (esattamente sono 7.904). Prevedo che numerosi bar tabacchi potranno beneficiare di sovvenzioni di sussistenza da parte statale, facendosi riconoscere come operanti in territorio disagiato o in via di spopolamento. Il bar di cittadinanza, in pratica. Ma non scordiamo la qualità delle connessioni internet, mi raccomando.

Chiudo con quella che potremmo definire “l’eredità di cittadinanza”:

Introdurremo una dotazione di 10.000 euro, erogata al compimento dei 18 anni sulla base dell’ISEE familiare, per coprire le spese relative alla casa, all’istruzione e all’avvio di un’attività lavorativa. I costi di questa misura saranno prevalentemente coperti dagli introiti aggiuntivi derivanti dalla modifica dell’aliquota dell’imposta sulle successioni e donazioni superiori ai 5 milioni di euro (pari allo 0,2% del totale delle eredità e donazioni in Italia).

Ho qualche dubbio che questi diecimila euro possano essere la solida stringa attraverso cui sollevarsi da terra. E se poi i costi non fossero coperti in via prevalente dagli introiti, o servisse coprire altro, si può sempre abbassare la soglia di maggior tassazione delle successioni. Come si può intuire, si tratta di una lista della spesa (pubblica) che punta a ridurre povertà ed emarginazione, oltre a provocare una sana invidia ai paesi scandinavi e alla Svizzera. Forse anche un filo costoso ma col “recupero dell’evasione” e altri interventi del tipo “armonizzazione delle agevolazioni fiscali” (cioè toglierle ai “ricchi”, e ho paura di scoprire la soglia di tale “ricchezza”), forse ce la facciamo. Ho solo il timore, ma per qualcuno è un sogno, che, per riuscire a dispiegare un programma così avvolgente, servirebbe portare la pressione fiscale in un intorno del 60%. Ma posso sbagliarmi. Ma un programma elettorale deve essere segnaletico, non realistico.

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