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Giorgetti preoccupato dai costi che crescono: «A rischio pezzi del Pnrr» #adessonews


di Francesco Verderami

Il ministro leghista: «Progetti nati in un’altra epoca. O se ne realizzano di meno o servono altri soldi»

Peccato non sia potuto andare a Cernobbio per un mal di schiena, perché Giorgetti avrebbe (forse) spiegato le ragioni per cui considera «a rischio il Pnrr», o almeno «alcuni target» del Piano contrattato con l’Europa. Il ministro per lo Sviluppo economico ha affrontato il tema di recente con autorevoli colleghi di governo, che non sono rimasti sorpresi dal suo ragionamento. E (forse) nemmeno la platea del Forum sarebbe stata colta alla sprovvista, dato che gli imprenditori hanno continui rapporti con il titolare del dicastero di via Veneto. E proprio da loro era giunto l’allarme che ha sciolto gli ultimi dubbi del dirigente leghista sulle difficoltà a centrare in pieno il programma.

La tesi di Giorgetti è che anche se il governo fosse capace di rispettare il timing dettato dal Pnrr, e anche se la burocrazia statale e le amministrazioni locali riuscissero a tenere il ritmo, «ci sarebbe il problema delle imprese» delegate a realizzare il pacchetto delle infrastrutture. Il punto è che «i progetti e i loro costi sono stati definiti in un’altra epoca», ha spiegato agli esponenti dell’esecutivo: «Ma ora, tra l’aumento dei prezzi, le ristrettezze di materie prime sul mercato e la scarsità di manodopera, non ce la farebbero a stare dentro i tempi e dentro i conti».

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In fondo, è quanto ha sottolineato a Cernobbio anche il ministro dell’Economia, secondo il quale «i costi di produzione delle opere stanno salendo». E quando Franco ha aggiunto che «dovremo trovare modalità di finanziamento per poter costruire tutte le opere previste dal Pnrr», ha detto in pubblico ciò che Giorgetti in privato aveva reso in modo tranciante: «O si realizzano meno progetti o servono altri soldi per farli. Con l’impianto attuale del Piano, è impossibile raggiungere tutti gli obiettivi».

Raccontano che durante la discussione nessun ministro abbia infranto il tabù, parlando di «revisione». Ma in prospettiva è evidente quale sia il nodo da sciogliere, sebbene le gradazioni lessicali non siano ininfluenti. E contino nelle trattative con Bruxelles. «Riscrivere il Piano sarebbe un modo per bloccarlo», ha sentenziato Franco. E Giorgetti concorda sul fatto che vada preservato lo storico accordo comunitario su cui si basa l’idea di modernizzare il sistema infrastrutturale europeo, compreso quello italiano.

Ma una guerra, una crisi energetica e un’impennata inflattiva dopo, qualcosa andrà pur cambiata. Peraltro nello stesso regolamento del Pnrr è prevista la possibilità di rinegoziare per «circostanze eccezionali». Non a caso il commissario europeo Gentiloni ha aperto all’ipotesi di alcuni ritocchi, nel bel mezzo della polemica elettorale scoppiata dopo che Meloni aveva scoperchiato quel vaso di Pandora. Ancora ieri la leader di FdI ha ripetuto che «non può essere un’eresia sostenere la necessità di un perfezionamento del Pnrr». Ne sono convinti anche nel Pd, se è vero che un dirigente dem con un passato da ministro ammette l’esistenza del problema «e non da oggi»: «Solo che certe questioni si affrontano a Bruxelles, dove ne parlano anche altri Paesi, non nei comizi».

Probabilmente a questo si riferiva il segretario dei democratici Letta, quando ieri al Forum — dopo aver definito il Pnrr «la nostra stella polare» — ha detto «no alla rinegoziazione» ma ha aggiunto un «si può discutere». D’altronde ne discutono tutti, nei partiti come nel governo. Alle criticità dei cantieri — dove c’è il rischio che le imprese non partecipino ai bandi — si uniscono certi rallentamenti degli uffici. Perciò la scorsa settimana il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Garofoli ha chiesto una accelerazione sui dossier, in modo da lasciare al prossimo esecutivo il minor carico possibile di incombenze.

Il Pnrr non è una risorsa, è la risorsa dell’Italia, che per di più — sottoscrivendo il patto con l’Europa — si è legata costituzionalmente al Piano: come scrisse infatti Manzella sul Corriere «di qui al 2026 l’indirizzo programmatico di ogni governo sarà vincolato» e «il capo dello Stato sarà garante contro eventuali inerzie e devianze». Ma qualcosa va rivisto. Tempo fa il ministro Giovannini fece capire, per esempio, che si potrebbe magari chiedere qualche mese in più a Bruxelles. Una soluzione comunque andrà trovata o secondo Giorgetti (e non solo lui) il Piano è «a rischio».

5 settembre 2022 (modifica il 5 settembre 2022 | 09:34)

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