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Le aziende in crisi a causa della guerra: 26 mila italiani rischiano il lavoro, ecco dove #adessonews

Le aziende europee, soprattutto del settore automotive e agroalimentare, sono in crisi a causa della guerra. L’Italia, dopo oltre un decennio di recessione, stava iniziando a vedere la luce in fondo al tunnel della pandemia. Prospettive di crescita e benessere erano state calcolate e annunciate, ma la guerra in Ucraina è comparsa come un imprevisto – piuttosto prevedibile – per il quale le aziende non si erano preparate.

La crisi delle aziende, che da inizio marzo avevano annunciato la cassa integrazione per centinaia di dipendenti, non può che allargarsi. Con il proseguimento della guerra, di cui non si vede la fine, il collo di bottiglia che si è generato continuerà a rallentare l’arrivo di materie prime. Roberto Benaglia, segretario generale della Fim, avverte che i sussidi non basteranno. Lo conferma anche l’ISPI nelle sue ricerche: gli effetti della guerra proseguiranno fino al 2023.

Le prospettive future non sono rassicuranti, ma è soprattutto l’effetto immediato a preoccupare. Secondo le ultime stime, sono oltre 26 mila gli italiani che rischiano il posto di lavoro per la crisi delle aziende. In alcuni casi il lavoro non manca, mancano invece le materie prime, in altri è lo stop all’export verso il mercato russo a frenare le aziende. Ecco dove si trovano quelle in crisi.

La guerra in Ucraina e le sue conseguenze: la crisi delle aziende italiane

La Banca Centrale Europea è stata chiara: l’Eurozona deve abbassare le proprie prospettive di crescita. La guerra in Ucraina da sola porterà a una riduzione di crescita pari a -0,5% (da 4,2% previsto a inizio anno a un 3,7%). Dati che potrebbero scendere ulteriormente di un -1,4%, anzi lo faranno sicuramente, in caso il conflitto continuasse a lungo, mantenendo il mercato instabile.

In Italia, nello specifico, non va meglio. L’elenco delle aziende costrette a rallentare e a mettere i dipendenti in cassa integrazione continua a crescere. A dirlo è Roberto Benaglia, segretario generale della Fim. Secondo Benaglia i sussidi non basteranno, quello che stiamo vivendo “si tratta di un cambio d’epoca”, dice. La globalizzazione – secondo alcuni commentatori la guerra in Ucraina è il primo esempio di “guerra della globalizzazione” – ci obbliga a cambiare le politiche industriali e di approvvigionamento delle materie prime.

Il rallentamento delle industrie non vuol dire solo prezzi più alti e un concreto rischio di stagflazione – situazione in cui aumentano i prezzi, ma la crescita economica è fortemente rallentata – nel pratico significa oltre 26 mila posti di lavoro a rischio. Sempre secondo Benaglia gli effetti negativi per le aziende non possono che peggiorare. Tra 6 settimane le aziende che dovranno rallentare la produzione saranno il doppio, o peggio, delle attuali.

Crisi delle aziende: le zone a più alto rischio per i dipendenti

Sul Corriere della Sera Rita Querzè ha riportato le zone d’Italia dove i dipendenti sono più a rischio. La giornalista riporta l’elenco delle aziende in fase di rallentamento e che rischiano la chiusura nel lungo periodo.

Ecco alcune delle aziende divise per luogo:

  • Trentino Alto Adige – Acciaierie Venete a Borgo Valsugana;
  • Veneto – Ferriera Valsider spa a Vallese di Oppeano; Metinvest Intrametal; Aermec spa di Bevilacqua; Fiamm a Veronella e diverse altre;
  • Lombardia
 – Gruppo Acciaierie Venete; 
CAM a Grumello del Monte; Global caloriferi; 
CMS;
  • Friuli Venezia Giulia – Automotive Lighting; San Giorgio acciaierie; Abs Acciaieria;
  • Emilia Romagna
 – Nord motoriduttori; Lamborghini; SCM Group;
  • Toscana – 
Whirlpool; Magna meccatronica;
  • Marche – 
Valmex Lucrezia; 
Whirlpool;
  • Umbria – 
Tifast Titanium San Liberato; Meccanotecnica Umbra;
  • Sicilia – 
Lukoil; Chiavetta; 
Acciaierie siciliane.

Molte di queste aziende, e le tante altre non presente nel breve riassunto, avevano legami diretti e unici con il mercato russo e dell’Est Europa; molte altre erano invece legate alle materie prime provenienti da quelle zone, ma tutte, inevitabilmente, hanno dovuto mettere migliaia di dipendenti in cassa integrazione.

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